Ponza, isola bianca di vento e cicerchie

Tratto da La Stampa del 20/07/2013 di Luca Bergamin

Grandi falesie, grotte naturali, un mare d’incanto e una cucina semplice: la regina dell’arcipelago ponziano.

A Ponza hanno attraccato i fenici, i greci, gli etruschi. Si sono invaghiti dell’isola più grande dell’arcipelago ponziano pirati come Khair-ad-Din soprannominato il Barbarossa, l’eroe del Risorgimento Carlo Pisacane, sultani turchi, inglesi, spagnoli. Prima di Mussolini che vi fu tradotto per una decina di giorni dopo il 25 luglio del ’43, di Sandro Pertini, Pietro Nenni, Giorgio Amendola e Umberto Terracini, che vi erano stati spediti proprio dal Duce, vi furono confinati anche Circe e poi Giulia, figlia dell’Imperatore Augusto.

La barca di Jacques Cousteau, il leggendario esploratore degli abissi, era così spesso ancorata nel mare turchese che circonda Ponza, da fargli a volte pensare di trovarsi nell’Oceano Indiano invece che a una manciata di miglia marine dal porto di Civitavecchia. Questo, infatti, è un mare dolce e ammaliante. La barca si lascia dondolare dalle trasparenti acque verdi smeraldo sino allo spettacolare Arco Naturale soprannominato O’ Spaccapolpi e poi ai Faraglioni di Lucia Rosa, che secondo la leggenda locale furono teatro del dramma shakesperiano pontino: due innamorati, invisi alle rispettive famiglie, decisero di gettarsi dalla scogliera piuttosto di rinunciare al loro amore.

Impossibile, invece, fare a meno della cucina pontina, soprattutto dopo essersi bagnati al Frontone, a Cala Fonte, Cala Feola, alla Spiaggia delle Felci, o dopo avere passeggiato tra i vicoli su cui affacciano le case «presepe» dalle tinte pastello intorno a Palazzo Tagliamonte, alla Torre dei Borboni di architettura saracena e lungo il vanvitelliano Corso Pisacane. I piatti locali, infatti, sono squisiti e saporiti, sia che si mangi in mare durante la gita in gozzo coi cuochi pescatori, sia nei ristoranti, dall’«Acqua Pazza» dello chef dal profetico nome Gino Pesce (una stella Michelin), al ruspante «Oréstorante» o «A casa di Assunta» dal nome della sua titolare, donna alla Botero e prima attrice della compagnia teatrale locale. Sia che si tratti di cucina di mare, ovvero pesce spada, ricciole, dentici e soprattutto i gamberi rossi che si pescano a 500 metri di profondità e si gustano crudi o al vino arrosto o «abbottonati» ovvero ripieni di verdure e uova sode, sia che gli ingredienti provengano dalla terra. Che prelibatezza, infatti, sono la cicerchia selvatica, la piccola lenticchia di Ponza, e a’ cucuzzella ovvero uno zucchino lungo anche un metro e mezzo, da gustare in umido. Anche le fave con la beccaccia sono una ricetta di queste isole che sono quasi una tavolazza impressionista: l’azzurro e il verde del mare, il giallo delle ginestre, il lilla delle bocche di leone, il ciclamino delle buganvillea e il bianco, rosa e marrone delle falesie. 

Oggi 20 giugno, «cade» la festa del patrono San Silverio, l’unico pontefice figlio di un Pontefice, esiliato sull’isola sino a morire di fame e di stenti dopo uno dei tanti complotti che venivano orditi nella Roma papalina del ’500. Ci saranno la processione e saranno sparati in cielo i fuochi di artificio. Poi ci si tufferà per un bagno notturno sulla spiaggia di Chiaia di Luna dalla sabbia rossa finissima. L’amministrazione comunale ha promesso tra pochi mesi di proiettare sulla falesia che cinge questo poetico arenile, bianca e maestosa come le scogliere di Dover, alta 150 metri e lunga quasi mezzo chilometro, un telo bianco sul quale verranno proiettate le immagini come in un romantico cinemascope. Sono appena state aperte al pubblico invece la Cisterna di Grotta Dragonara e la Necropoli del Bagno Vecchio, vestigia di grande fascino come le Grotte di Pilato, una ragnatela di caverne scavate a livello del mare, collegate da cunicoli, e l’antico porto borbonico eretto da architetti della scuola di Vanvitelli. 

Ancora in barca è bello anche approdare in quel piccolo paradiso della natura che è il vicino isolotto di Zannone affacciato su di una roccia chiamata appunto «il monaco» perché sembra ritrarre proprio un frate che prega con le mani giunte. Ora è un Parco Naturale in cui i falchi pellegrini, i gabbiani e i mufloni selvatici volteggiano, si inseguono, e anche amoreggiano beati. A Palmarola, invece, i bassi fondali quasi caraibici, leggermente degradanti regalano, anche a sub poco esperti, il godimento di ammirare non solo posidonie e gorgonie, ma anche cinque navi romane tra le quali spicca quella affondata nei pressi della spiaggia di Lucia Rosa. Su quest’isoletta viveva sino a pochi mesi l’intellettuale Ernesto Prudente, «autoproclamatosi» Presidente della Repubblica di Palmarola, capace di far amare alla follia, a chi gettava l’ancora nel suo paradiso, le grotte scavate nella roccia come i Sassi di Matera, le oasi di palme nane, piante rarissime da incontrare nel Mediterraneo, e i boschi di lecci. Ed è inevitabile fare una sortita anche nella sorella Ventotene, un lembo di terra «sub tropicale», che facilitò col suo clima ameno, con un larghissimo, vaticinante anticipo sulla storia, la stesura da parte degli antifascisti ivi confinati Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni di quel «Manifesto» in cui reclamavano quell’Unione dei Paesi europei che si sarebbe compiuta alcuni decenni più tardi. 

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